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domenica 13 settembre 2015

Via Andrea e Paolo alla Rocca du Fò

Via interessante, facile e con gli spit molto ravvicinati, che ho fatto con Stefano in una giornata nuvolosa di metà settembre.

Accesso: Da Genova Voltri (uscita della A10 Genova – Ventimiglia) si raggiunge la Via Aurelia, si svolta a destra e si prosegue verso Arenzàno; si lascia a destra una prima deviazione per il Passo del Turchino e Ovàda e si giunge presso il ponte sul Torrente Cerùsa. Senza attraversarlo, si svolta a destra e si risale la stretta Val Cerùsa: si supera l’abitato di Fabbriche e si procede fino a superare dei piloni dell’autostrada per poi prendere a sinistra “Via Sambugo” che, all'inizio in ripida discesa, attraversa il rio su un ponte. Si incontra subito un bivio sulla destra per Loc. Sambuco, ma si procede a sinistra su Via Sambugo. La strada sale con alcuni tornanti nel bosco, supera alcune case e, dopo una breve discesa, risale fino ad uno spiazzo con alcuni box privati, dove termina (230 m circa): il posto per parcheggiare qui è esiguo, conviene fare inversione e parcheggiare in uno degli slarghi lungo la strada.

Avvicinamento: si trascura un ponte in pietra a destra per seguire un ripido sentierino che sale dritto, sulla sinistra. Si incontrano subito i segnavia rossi. 
Dopo un primo breve tratto ripido, il sentierino spiana mentre si inoltra in un bel bosco di faggi. Con salita moderata, il sentiero (sempre ben segnato) segue una tubazione dell'acqua, tra rovi e spine. Dopo aver guadato un piccolo rio, si incontra sulla destra un masso aggettante. Lo si può superare guadando il torrentello e poi riattraversandolo poco dopo, su una passerella. Che noi non abbiamo visto. Altrimenti si supera il masso sulla sinistra stando però attenti a non prendere poco dopo il sentiero che sale ripido a sinistra perché è quello di discesa; invece continuare dritto, sul sentiero che costeggia il torrente, inizialmente in piano. Dopodichè, il percorso si fa un po' più impervio, si superano alcuni massi e roccette (passi di I grado), poi si sale più decisamente sul filo di uno sperone e lungo una pietraia. Se il sentiero è umido, come lo abbiamo trovato noi, prestare molta attenzione ai passaggi su roccia. I segnavia guidano quindi a destra, traversando un avvallamento fino alla base di uno sperone nerastro solcato da un bel diedrino, dove si incontra l'attacco, a una ventina di minuti dalla macchina, segnalato dalla scritta in vernice rossa “VIA ANDREA E PAOLO”.

Via Andrea e Paolo: D (diversi passi di V, tutti azzerabili), 11 L, 230 m, 13-14 rinvii e cordini. Noi abbiamo usato una corda singola da 70 m, ma vanno bene anche due mezze da 60 o 50 m. Quasi tutte le soste sono attrezzate per la calata, con cordone + maillon, ma in alcune il cordone manca o è in brutte condizioni e ci sono solo due spit ravvicinati. In ogni caso, è decisamente preferibile scendere per sentiero dalla fine della via o alla fine di L8 (in cima all’avancorpo). Ci sono anche delle vie di fuga. Dal sito di Christian Roccati, uno dei chiodatori della via (http://www.christian-roccati.com/le-mie-vie/scalata/56-nuova-via-andrea-e-paolo): “Dalle soste del primo, del terzo e del quinto tiro è possibile ritornare all’attacco scendendo per i canali di DX con la dovuta attenzione. Dalla partenza del nono tiro, e cioè il primo del pilastro finale, si può ritrovare una traccia verso SX. Si può proseguire su di essa per circa 7’-8’ sino a raggiungere un ghiaione. Scendendo su di esso fino al suo termine si rintraccia il sentiero bolli rossi di ritorno. Dalla sosta del decimo tiro è possibile aggirare l’ultima lunghezza a DX e conquistare comunque la vetta.”

La via è bella, non sostenuta, e permette di scalare in completa sicurezza in ambiente selvaggio. Gli spit sono molto ravvicinati – a tratti la spittatura è quasi eccessiva – e la via ricerca sempre la linea più interessante, la roccia è sempre solida e l’arrampicata è continua sul IV-V grado. I tiri sono perlopiù corti, quindi se ne possono concatenare alcuni. La stagione migliore per ripetere questa salita è la primavera (da marzo a maggio) e l’autunno (settembre-ottobre). Tenere solo conto che la via è esposta a nord, per cui se si decide di effettuarla in autunno inoltrato si rischia di prendere molto freddo e vento.

L1 (20 m; 4 spit + 1 ch; III+/IV): si attacca il diedro iniziale, (III+), a volte umido, sul quale si vedono due spit, e lo si risale facilmente.
Al suo termine, si traversa a sinistra su erba per due metri e si sale una placchetta con buone tacche (IV) fino ad un comodo ripiano erboso: 2 spit o cordone + maillon su albero.
L2 (20 m; 5 spit + 1 ch; IV/IV+): si attacca la placca fessurata di fronte con un passo in leggero strapiombo ma ben ammanigliato (IV+): sfruttare di rovescio la maniglia orizzontale che si trova sopra il primo spit. Si prosegue poi dritti su un muretto verticale che induce movimenti eleganti (IV) e poi a sinistra per una bella lama (IV+) che conduce in cima al risalto, dove si sosta su cordone con maillon su albero.
Pezzi di storia
L3 (25 m; 7 spit; IV+/V): si prosegue camminando per una quindicina di metri seguendo i bolli rossi fino al risalto successivo. Qui si sale un diedro che richiede un buon uso dei piedi (V) sfruttando lo spigolo sulla sinistra.
Usciti dal primo muro, la linea segue una placca verticale molto elegante (IV+) che raggiunge uno spigolo abbattuto alla propria sinistra (III) e successivamente il terrazzino di sosta, dove si può sostare nell’anello del cavo metallico.
L4 (20 m di raccordo con cavo metallico). Direttamente dalla sosta di L3 parte questo cavo metallico verso destra che doppia prima uno spigolo, poi prosegue su rocce rotte e poi su traccia di sentiero. Si può far sicura sull’anello del cavo + lo spit o collegare i due spit vicini. Altrimenti, se si usa qualche accortezza per ridurre il tiraggio della corda (allungare i rinvii e saltare qualche spit, perlopiù inutili), si può unire questo tiro con il successivo.
L5 (15 m; 5 spit + 1 ch; IV+): dalla fine del cavo metallico, si prosegue su placca abbattuta (III) fino ad un diedro verticale da superare eventualmente in opposizione (IV+) con uscita scomoda su un terrazzino. Subito all’uscita si trova un albero con cordone, sul quale sostare.
L6 (35 m; 12 spit + 1 ch; IV+/V). Dalla sosta su albero, ci si sposta qualche metro a sinistra su sentiero fino a trovare il primo spit, poco distante da terra, a cui ne seguiranno tanti altri per un totale di ben 12 spit. Mai visti così tanti, così vicini… Comunque. Dopo un breve risalto, si arriva ad un pilastrino interessante che diventa poco dopo verticale e impegnativo (V).
Il passo chiave del tiro può essere superato mediante una tacchetta nera e sfruttando i buoni appoggi alti per i piedi. Oltre questo passo, c’è una placca verticale meno difficile (IV+) che tende leggermente a sinistra fino ad uscire su un terrazzino erboso. Sul sentierino si trovano due alberi, in successione: solo il secondo è provvisto di cordone per la sosta.
Pezzi di storia (2)
L7 (25 m; 6 spit + 2 ch; IV+/V): tiro meraviglioso. Dall’albero si prosegue prima facilmente su placca abbattuta (III) verso destra, poi si attacca un bellissimo muro a lame che si scala elegantemente in parte in dulfer sfruttando le fessure verticali ma stando sempre attenti ad alcune scaglie mobili, spostandosi poi verso sinistra. Alla fine del muro, ci sono 7-8 metri di traverso a sinistra, ben protetti (IV), dopodiché si monta con facile arrampicata (III) su un grosso masso detto “Testa del Camaleonte”; sosta da collegare su spit con maillon più un altro spit ravvicinato.
L8 (30 m; 6 spit + 4 ch; IV+/V): dalla sosta si scala la placchetta sovrastante (IV) allungando il rinvio sullo spit che è troppo sulla destra, per poi proseguire in traverso ascendente verso sinistra fino a un piccolo diedro formato da grossi massi (IV+) che si risale con passi eleganti. Si prosegue poi su placca abbattuta a sinistra superando uno sperone – è possibile evitarlo a destra – e scalando poi un altro breve diedro (V-) strapiombante, che richiede un certo sforzo fisico, siccome all’uscita ci sono poche maniglie. Appena sopra si vede la sosta e ci si ritrova in vetta all’avancorpo.
Arrivati sopra l'avancorpo. Davanti a noi si erge l'ultimo pilastro che conduce in cima alla Rocca du Fò
Seguendo i bolli rossi camminare in direzione del pilastro di fronte che si raggiunge dopo trenta metri; proseguire ancora qualche metro sulla sinistra finchè si arriva alla base del tiro successivo.
L9 (15 m, 6 spit + 2 ch; IV/IV+): si attacca un muro verticale umido (IV) su roccia sempre solida ma molto meno bella di quelle dei tiri precedenti, superando poi un breve strapiombetto (IV+) che conduce ad una placca appoggiata (III) dove si trova la sosta. Data la lunghezza, è consigliabile concatenare questo tiro col successivo.
L10 (15 m, 5 spit, III+): si prosegue sulla placca appoggiata che poi diventa muro un po’ più verticale (III+) uscendo su cengia erbosa.
L11 (15 m, 5 spit, III/IV+): altro bel tiro. Inizialmente si attacca direttamente lo spigolo (IV), poi si prosegue obliquando a sinistra rinviando uno spit non visibile dal basso, si continua con alcuni passi fisici di IV+ per risalire infine il filo dello speronino finale (III) che porta sulla sommità della Rocca du Fò. Sosta su due spit da collegare.
In vetta
Discesa: Dalla cima si prosegue a piedi seguendo una traccia di sentiero che si porta verso sinistra e segnalata dai soliti bolli rossi. Si scende a una spalla erbosa e si risale dietro a essa verso destra (attenzione a non continuare in discesa a sinistra). Il sentiero continua pianeggiante per pochi metri e, dalla spalla, ricomincia a scendere attraversando un intricato forteto di eriche di circa 25 m e poco dopo una radura che si attraversa. Si raggiunge una postazione da caccia e la si oltrepassa a sinistra. Il sentiero, sempre più ripido e su una sorta di ghiaione, in parte nascosto dalla vegetazione, conduce attraverso il bosco e guada un torrente (trovato asciutto alla data di salita) verso sinistra. La traccia continua su un piccolo crinale che raggiunge poi gli ultimi prati sino al guado del torrente principale. Qui ci si ricollega con l’itinerario effettuato all’andata.
La cima della Rocca du Fò e il suo avancorpo visti dal sentiero di discesa

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