Il 2 ottobre, facilitati da una giornata di certo non tipicamente autunnale, (29° C ad Asti, molto sole, temperatura estiva e oltremodo secca) io e il mio amico Fili, abbiamo realizzato quella che per me è la 7° ferrata di quest’anno; la “Nicola Ciardelli” –dedicata al maggiore da cui prende il nome, che perse la vita in Iraq il 27 aprile 2006 –è una ferrata della Val Chisone, nel vallone del Bourcet, rinomato per le innumerevoli vie d’arrampicata e di alpinismo (ce ne sono per tutti e per tutti i gusti). Ma quello che ci interessa, e che ci ha calamitati lì in quella giornata, è sicuramente il desiderio di portare a termine una via ferrata molto suggestiva e particolare.
Si arriva in macchina fino a Roure (TO) sulla strada per il Sestriere: dopo esser giunti a Roreto si nota sulla sinistra una stradina asfaltata, la si imbocca, si attraversa il ponte e si parcheggia sulla destra.
L’avvicinamento è di circa 20 minuti, immersi in un ambiente che non offre tanto sotto l’aspetto paesaggistico, ma è senz’altro un toccasana per gli alpinisti e per chi volesse provare uno dei tanti tiri a disposizione. In ogni caso vi sono parecchie tabelle indicative degli stessi. Relegata in un angolino appare anche la foto del ponte tibetano della ferrata di cui mi accingo a raccontarvi; la segnaletica è stata rifatta nel 2009 e arrivare all’attacco è molto semplice.
La ferrata parte subito molto impegnativa con una placca verticale di 40 metri , resa ancor più difficile dalla distanza voluta dei gradini, in quanto il principio guida della realizzazione di questa via, voleva essere quello di “inserire scalini solo dove strettamente necessario rispettando le naturali difficoltà della roccia".
Ecco perché in questo tratto e in quello finale, sicuramente i più difficili, le persone di basse statura sono svantaggiate; nonostante ciò la roccia offre diversi appigli e ogni tanto, se non si vuole fare la solita stupida e peraltro pericolosa corsa a chi arriva per primo, ci si può cimentare in vari passaggi d’arrampicata pura, usufruendo della buona qualità della roccia.
Proseguendo con un traverso ben attrezzato, sotto il martello del sol leone, si arriva al ponte tibetano, lungo 20-25 metri , parecchio aereo e ballerino, quindi da non sottovalutare; inoltre i tiranti sono messi proprio in modo da fari inciampare. Nelle belle giornate, si può osservare, una volta finito il ponte, il proseguire del compagno sul medesimo, che crea un effetto divertente sulla roccia irradiata dal Sole.
Il percorso prosegue con un muretto abbastanza difficile perché sprovvisto di gradini nell’ultimo tratto, ma comunque corto.
Si entra ora in un piacevole boschetto, dove, approfittando di un clima meno soffocante (sono circa le 12; siamo partiti in ritardo, perché prima ci siamo persi e siamo andati a finire in una via d’alpinismo!!!!!!), ci riposiamo un attimo e ci rifocilliamo.
Proseguiamo allora per un traverso su cengia (l’unica accortezza che bisogna avere in questo caso è non pungersi con le spine, presenti in gran quantità).
Ed ecco che si presenta a noi l’ultima placca verticale, di 150 metri , che, a dire il vero, incute un po’ timore dal basso.
E in effetti si rivela per quello che è: sebbene non ci siano evidenti tratti strapiombanti, la parete non concede respiro e sollecita parecchio braccia e schiena.
Come se non bastasse questo è anche un passaggio pericoloso poiché, a metà del pilastro è presente un masso di notevoli dimensioni, tenuto in precario equilibrio da un esile tronchetto! Infatti, molti gradini risultano piegati, perché, con presenza di vento, è facile che la montagna scarichi pietre, quindi, da questo punto di vista, non è di certo una ferrata rilassante!
In ogni caso, questo ultimo tratto sa regalare diverse emozioni e per me è stato davvero gratificante anche perché mi sono espresso in una serie di passaggi su roccia utilizzando il meno possibile i mezzi artificiali.
A ferrata finita, 2 ore e mezza dopo la partenza, ci godiamo una bell’arietta e in meno di quaranta minuti, su di una via di discesa ben segnalata, raggiungiamo la strada sterrata quasi alla base della ferrata stessa.
P.S. la via di discesa è molto scivolosa (ancora mi chiedo perché sono caduto solo una volta!) e il terreno è franoso.
In conclusione, una bella via ferrata, che ho apprezzato in diversi aspetti, ma che non ripeterò più per l’eccessivo pericolo che presenta, a mio avviso, in alcuni punti.
Per adesso è tutto, ci vediamo alla prossima ferrata!
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