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giovedì 1 ottobre 2015

Cresta dei Carisey

Era da più di un anno che volevo farla. E ogni volta si rimandava per un motivo o per l’altro. Ci avevo anche provato ad agosto di quest’anno, ma un po’ per il tempo atmosferico (sarebbe piovuto da lì a poco), un po’ per quello cronologico (eravamo arrivati all’attacco della via a mezzogiorno!) avevo dovuto lasciar perdere. Finalmente, a fine settembre si ripresenta l’occasione. Dopo aver salito “Simonetta” a Rocca di Perti con Fede (potete trovare la mia relazione qui:http://sullealidellamontagna.blogspot.it/2015/09/rocca-di-perti-via-simonetta.html), mi/ci torna in mente la tanto agognata cresta, e decidiamo che, salvo complicazioni, ci avremmo riprovato il weekend successivo. E così è stato; memori dell’esperienza passata, io e Mauro partiamo di buon’ora, quando ancora è buio (verso le 4 e mezza) e arriviamo a Plan Coumarial dopo un paio d’ore. Parcheggiamo l’auto e partiamo alle 6 e mezza, quando il sole ancora non si vede e bisogna accendere la frontale.
Piccola nota: la maggior parte delle relazioni circolanti non prendono neanche in considerazione l’ipotesi di partire dal versante di Gressoney e descrivono sempre l’avvicinamento dalla stazione superiore della funivia di Oropa. Avendo noi provato entrambi gli avvicinamenti (da Oropa in agosto, in occasione del tentativo fallito, e da Coumarial), mi sentirei di consigliare vivamente di fare l’avvicinamento dalla valle di Gressoney. Per svariati motivi. Innanzitutto, il percorso chilometrico da Oropa, anche se si prende (e paga) la funivia è decisamente maggiore che da Coumarial. Oltretutto, la funivia ti porta quasi a 1900 m: da lì al colle Sella (che si trova a 5 minuti neanche dall’attacco della cresta) ci vogliono due ore e mezza di cammino di buon passo. Da Coumarial, a 1450 m, abbiamo impiegato due ore e dieci a passo più tranquillo. Fatevi un paio di conti. Entrambi i sentieri sono ben segnati, solamente quello che parte dal parcheggio di Coumarial è diretto – anche se mai eccessivamente ripido – e direi anche piuttosto godibile, mentre il sentiero dalla stazione superiore della funivia di Oropa presenta molti saliscendi.
Per tutti questi motivi, in queste pagine descriverò la salita dal versante di Gressoney, che, ai nostri occhi, è sembrata molto più conveniente.

Accesso: risalire la Valle del Lys fino a Fontainemore. Proseguire sempre sulla strada asfaltata, si oltrepassa un ponte sul torrente che dà il nome alla valle e si passa la località Niana. Poco dopo, prendere un bivio sulla destra su un altro ponte seguendo le indicazioni per Plan Coumarial. Si continua sulla stradina principale fino alla frazione Coumarial, dove si deve lasciare la macchina (la strada continua fino agli alpeggi superiori ma c’è divieto di transito). Ampio parcheggio. Di fianco al parcheggio c’è un’area picnic attrezzata, con anche una fontanella: potrà far comodo al ritorno.

Avvicinamento: si parte dall’inizio del parcheggio seguendo le indicazioni per il rifugio Coda su un largo sentiero, che si inoltra nel bosco da dove si esce su una strada sterrata poderale. Oltrepassata la strada, si continua nel bosco, sempre seguendo le indicazioni per il rifugio Coda, per poi attraversare i prati dell’alpeggio Vercosa. Al bivio successivo si tiene la destra prendendo il sentiero che scende, si attraversa un ponte sul torrente Guglias, dopo il quale il sentiero diventa mulattiera.
L'alba
Il bivio successivo, a 1770 m, porta al rifugio Coda sulla destra, e al Colle Sella e monte Mars sulla sinistra. Le relazioni consigliano di prendere la deviazione di destra perché più sicura (?). Noi abbiamo preso quella di sinistra. Se si sceglie questa opzione si risparmia una ventina di minuti di cammino; in teoria è considerata rischiosa perché si transita sotto edifici rocciosi che, forse ogni tanto, scaricano pietre.
Si prosegue su quello che da lì a poco ridiventa sentiero, si supera una bella baita sulla sinistra e si continua a camminare su comodo sentiero costeggiando delle interessanti pareti di granito bellissimo sulla sinistra; chissà che un giorno a qualcuno venga voglia di farci una falesia di monotiri…
Al bivio successivo, si prende a destra per il colle Sella. A sinistra si arriva al Mars dal sentiero escursionistico (mi sembra che si tratti del 3A per un pezzo che poi diventa il 2D. Non sono sicuro che sia esattamente escursionistico, qualche relazione lo dà F/F+). Ad ogni modo, si riprende a salire, lasciando a sinistra in basso un lago, e in breve si arriva al colla Sella, 2240 m. Pochi metri prima del colle si nota un sentiero segnalato per il monte Mars, ma a noi non interessa.
A questo punto ci fermiamo a rifiatare un attimo, mangiamo una barretta e ci imbraghiamo. Finora abbiamo viaggiato leggeri, con una mezza corda da 60 m (nuova di pacca) che useremo doppiata, molto meglio della singola da 70 m che ci eravamo portati la volta precedente! Ovviamente, appena arrivati al colle, notiamo come il lato di Oropa si stia già annuvolando. Finora, tempo perfetto, durante tutta la prima parte di avvicinamento neanche una nuvola. Ma dal versante biellese le nuvole non possono mancare e infatti – sono le 9 e 30 – si stanno già alzando velocemente: si prospetta un’ennesima giornata nebbiosa.
Dal colle si continua a sinistra (spalle al versante di salita) e si aggira a sud un grande masso; dopo un paio di saltini rocciosi, si giunge all’attacco della Cresta dei Carisey, evidenziato da uno spit luccicante messo nel punto più impegnativo della partenza (un passo di III).
L'attacco della via
Decidiamo di affrontare la salita con gli scarponi, legandoci in conserva protetta. Per noi questa è la prima volta che ci cimentiamo su un itinerario di alpinismo classico, l’adrenalina è alle stelle.
Cresta dei Carisey: AD- (qualche passo di IV), sviluppo di circa 450 m, è la cresta sud-sud-ovest al monte Mars ed è la classica per eccellenza delle alpi biellesi. La roccia è uno splendido granito, molto godibile. La via è attrezzata nei punti che lo richiedono; nella parte alta della cresta si trova qualche sosta con catena. Si può percorrerla in assicurazione, usando una mezza da 60 m doppiata e sostando perlopiù su spuntoni, ma non lo consiglio perchè troppo lunga.
Il periodo migliore è sicuramente l’autunno, ricco di colori e dal clima mite, mentre d’estate possono capitare giornate di caldo eccessivo. Portarsi dietro un bel po’ di cordini e fettucce per sfruttare i vari spuntoni e lame, e anche una serie di nut. Se si vuole salire la fessura sprotetta di V del Dado tornano utili friends di misure 0,75-1-2.

Il Rosa
Descrizione della via: dopo la lama iniziale, II, si supera una breve placchetta di III protetta da uno spit. Da qui non si vedono più spit, ma si continua dove sembra più semplice.
Qualche metro tra facili salti rocciosi e tracce di sentiero e poi si torna su roccia, (con vista sul versante valdostano) con passi mai superiori al II - sfruttare i vari spuntoni per assicurarsi – fino alla sommità del primo evidente risalto della cresta. Da qui bisogna scendere in un caminetto con passo iniziale impegnativo di III. Si può sfruttare la corda fissa che ha nodi ogni mezzo metro oppure si risolve il tutto con una breve doppia.
La Punta Amici vista da sopra il caminetto. In rosso è segnato, grossomodo, il percorso fatto
Dopodichè, si raggiunge l’intaglio alla base di un secondo risalto che si scala per delle fessure sulla destra e con una plastica spaccata, III, il tutto protetto con due spit ravvicinati.
Si continua in verticale fino alla cima del gendarme, dove si può sostare, e dal quale bisogna scendere, in leggera disarrampicata, dalla parte opposta. Si prosegue sul filo di cresta con passi facili ma esposti, ora la vista spazia anche sul versante di Oropa (sempre che non sia completamente invaso dalle nuvole).
Versante di Gressoney...
...e versante biellese
Si trova una bella fessura facile in cui è incastrato un friend piccolo (tranquilli, non viene via, ci abbiamo provato anche noi), la si passa transitando sul versante biellese in forte esposizione. In questo punto la cresta è pressoché orizzontale, ci si protegge dapprima su spuntone, poi si trova uno spit nel tratto in discesa successivo. Appena dopo, un passo verticale, III, ben protetto, permette di superare un tratto faticoso. Si continua sulla verticale, con scalata molto bella ed elegante, sul III grado.
Poi un attimo di smarrimento: mi trovo davanti ad un piccolo diedrino verticale non protetto; lo studio un po’, incastro un bel nut e poi lo passo. Lo spit è appena sopra: secondo me, questo è un passaggio di IV. Appena sopra vi è una bellissima fessura obliqua che si sviluppa da sinistra a destra, con al centro uno spit, III, che conduce in cima al risalto, la cosiddetta Punta Amici (2338 m), sosta su spit e cordone.
Ora la cresta diventa orizzontale, a tratti molto esposta, per poi scendere leggermente; la si segue stando nei pressi del filo, ma spostati sulla destra, rinviando i tanti spit presenti.
Si continua ancora in orizzontale fino a incontrare una targa commemorativa dedicata ad un alpinista caduto e poi si punta lievemente a sinistra, in discesa, seguendo gli spit. Da qui gli spit spariscono. Saranno una quindicina di metri di placca, con un passo di IV- a metà, ma senza passaggi obbligatori: io ho puntato l’evidente fessura a sinistra, proteggendola con un nut (alla fine, in questa giornata ne ho usati parecchi), ma volendo si può stare completamente sulla destra, penso che il grado sia uguale. Si raggiunge un evidente dosso roccioso piuttosto verticale, ma stavolta protetto da uno spit. Poco sopra, con un altro passo di IV, si raggiunge la sommità del gendarme. Da questo ci si cala in doppia (sosta attrezzata per la calata), per non affrontare in disarrampicata il passo dell’"inginocchiatoio" (III).
Arrivati al passo dell'inginocchiatoio. Vista sull'ultima parte della cresta. Con la linea rossa è evidenziato grossomodo il tratto che abbiamo fatto.
Si è ora impegnati in un passaggio delicato su placca, protetto da uno spit (con gli scarponi mi è sembrato un po’ ostico, ma è altrettanto corto), poi per rocce facili, II, puntando un’evidente zona di rocce biancastre, oltre la quale si sale verso sinistra alla base di una paretina più ripida, alla cui base è presente una sosta con catena (il tiro precedente, non ha protezioni perché facile, io sono riuscito a piazzare un paio di nut). Il passaggio sopra la catena è piuttosto impegnativo, IV, ma protetto ottimamente.
Dopo, le difficoltà diminuiscono, si continua per rocce appoggiate, II, puntando uno spit e poi una larga fessura, che si supera sulla destra, giungendo in un pianerottolo in cui è presente un’altra sosta con catena. Poco più in là si nota, in basso, un cordone attorno ad un masso: se si è stufi e non si intende affrontare l’ultimo tratto della cresta, ci si può calare nella conca a sinistra, raggiungendo il sentiero che va al Coda. Eccoci dunque arrivati al Dado, una bella parete di 10-12 metri che si può salire sul tiro originario di IV, protetto con due spit e con uscita su sosta attrezzata con catena, oppure dalla più che invitante fessura che rimane alla sua sinistra, completamente sprotetta. Noi scegliamo quest’ultima opzione.
Il Dado
Secondo la relazione si tratta di un V-… metto scarpette e magnesite, mi faccio assicurare e parto. Davvero bella! Passi entusiasmanti sempre seguendo la fessura, e con la giusta adrenalina. Tuttavia, secondo me i primi metri offrono una bella arrampicata plastica che si avvicina molto al V+, 5c; la difficoltà è data in particolar modo dalla carenza di appoggi per i piedi nella parte bassa. Appena trovo dei buoni appoggi, metto con gran piacere l’unico friend a nostra disposizione e poi continuo, avendo smaltito la tensione iniziale, proteggendo con altri due nut, uno medio e uno grande, la fessura che al termine diventa più facile, 5a, e che finisce in corrispondenza della sosta del tiro originario.
In azione sulla fessura
Qualche altro metro su facili risalti e trovo uno spuntone perfetto dove allestisco una sosta a prova di bomba e recupero il socio, che decide di affrontare la fessura con gli scarponi rigidi (belin!). Arrivato in sosta ci facciamo i complimenti, ormai la parte difficile della cresta è andata, mancano solo più pochi minuti. Dalla sommità del Dado infatti si continua per pochi minuti sul filo della cresta per una decina scarsa di minuti, rimanendo sulla destra del filo, irto di spuntoni e gendarmi, per poi traversare sul versante biellese. Ad un certo punto si reperisce una traccia di sentiero che costeggia la parete; la si prende e in pochi minuti si arriva ad un colle, dove passa l’Alta via delle Alpi biellesi.
Di fronte, il Mucrone
Da qui, in poco più di mezz’ora si è in cima al Mars, su percorso escursionistico. Noi, tuttavia, decidiamo di iniziare a scendere subito e così prendiamo il sentiero che porta al Coda, che all’inizio è attrezzato con canaponi, e poi continua su pietraia. Al primo bivio si tiene la destra e, seguendo il sentiero 3A e le tracce di vernice gialla sui massi della pietraia, in mezz’ora si perviene all’ultimo bivio che avevamo incrociato in mattinata. Da qui il percorso in discesa è uguale all’andata.


Gran bella giornata di alpinismo, con passaggi facili ma mai banali, soprattutto se affrontati con gli scarponi, ma sempre su roccia superba. La fessura del Dado, poi, è stata la ciliegina sulla torta a questa salita da me così tanto ambita.

domenica 20 settembre 2015

Rocca di Perti: via Simonetta

Via abbastanza bella anche se discontinua, una classica di Rocca di Perti, nata nel 1973 e da allora assai ripetuta. Al punto che la maggior parte dei passaggi è ormai su roccia unta, lisciata dalle innumerevoli ripetizioni, motivo per il quale il grado si è alzato dalle prime salite. La guida parla di IV grado con passi di IV+. Secondo me, tuttavia, chi riesce a stento a fare il quarto grado si può trovare in difficoltà su questa via. Credo che, realisticamente, a dispetto della quasi totalità di relazioni che girano in internet, la via presenti diversi passaggi di V.
Io, per esempio, abituato all’ottima aderenza del gneiss, ho trovato alcuni passaggi su questo calcare finalese liscio, un po’ delicati.

Accesso: dall’abitato di Finalborgo, prendere la strada per Calice Ligure fino a un cartello sulla destra con l’indicazione per “Rocca di Perti” che imbocca a gomito una stradina ripida. Sulla strada per Calice si trovano due bivi sulla destra, a distanza abbastanza ravvicinata: si deve prendere il secondo (entrambi hanno indicazioni per “Rocca di Perti”). Imboccata la stradina, si fanno un paio di tornanti e poi si parcheggia nel primo spiazzo sulla destra. La strada continuerebbe a salire con la possibilità di trovare altri spiazzi, ma dopo poco diventa molto disconnessa, per cui noi abbiamo preferito lasciare la macchina nel primo parcheggio, che si trova di fianco all’autostrada, poco oltre il sottopasso (attenzione al dosso al termine del sottopasso, perché è alto e non segnalato).
Si percorre a piedi la strada, prima asfaltata, poi sterrata, fino ad incontrare un sentiero evidente sulla sinistra; percorrerlo fino ad arrivare nel settore settentrionale, di fronte all’attacco della via, riconoscibile dalla scritta “Simonetta” sulla roccia, 15 minuti dall'auto.
La via è interamente chiodata (a parte la variante del sesto tiro) con dei fix piccoli arrugginiti (a volte si confondono con la roccia); volendo si può integrare con cordini su clessidre (poche) o con friend sulle tante fessure. Tuttavia, il numero di protezioni è secondo me sufficiente, anche se nei tratti più facili ovviamente la chiodatura è un po’ più lunga.
Basta una corda singola da 60 m, si scende comodamente per sentiero. Una discesa in corda doppia sulla via risulterebbe difficile vista la non linearità di quest’ultima, e dato che non tutte le soste sono attrezzate.

Simonetta (V D- 150 m)
1° tiro: si attacca dritti in prossimità della scritta “Simonetta”; si monta facilmente sul pianerottolo e si vede il primo fix sulla destra.
L'attacco
Si inizia un bel traverso ascendente verso destra, III+, dirigendosi verso una grotta e ignorando una vecchia sosta.
Pezzi di storia
Appena dopo di questa, si piega ancora verso destra e poi si risalgono alcuni metri verticali, piuttosto lisci, IV-. Fare un pezzo di sentiero, facendo attenzione all’attrito della corda e sostare su albero, (25 m), di fronte ad un risalto, che costituisce l’unica parte d’arrampicata del 2° tiro. Nessuna protezione ma si può integrare facilmente con cordini su alberi. Il risalto è di circa cinque metri, III, poi si continua su sentiero verso sinistra fino a sostare su un albero, 20 m. Da qui si nota come un pezzo di roccia che circondava il tronco d’albero soprastante si sia staccato, rendendo più complicata la partenza del terzo tiro.
3° tiro: si attacca la prima paretina di cinque metri puntando il fix e rinviandolo puntando bene i piedi e cercando i pochi buchi, V. Sopra il fix, in alto sulla destra c’è una tacca che permette di uscire agevolmente dal passaggio; altrimenti, andando sulla sinistra, nei pressi del tronco d’albero, si riducono le difficoltà. Ora si attacca la bellissima fessura da fare in dulfer, per nulla difficile, IV+, giungendo sotto un grosso tetto sporgente. Da qui si traversa sei/sette metri a destra tenendo buone prese per le mani ma con piccoli appoggi unti per i piedi, V, raggiungendo una sosta con tre fix da collegare, 25 m.
4° tiro: si risale a destra un bel diedro per cinque metri, IV, un fix, che conduce ad una stretta cengia da attraversare verso destra, II, per sei/sette metri fino ad una terrazza dove si sosta su due fix da collegare.
Da qui, slegati o in conserva, si prosegue sul sentiero che sale verso la parete successiva e poi piega a sinistra fino a raggiungere un piccolo terrazzino con due fix e la scritta in nero “Simonetta”, 15 m.
5° tiro: si attacca l’elegante spigolo in verticale sopra la sosta rinviando un fix (c’è un chiodo venti cm sopra). Qui la roccia è molto unta e presenta un passaggio tecnico, 5b; si prende la lama sulla destra e si raggiunge una tacchetta buona sulla sinistra. Con queste due prese si portano su i piedi su appigli inesistenti fino a raggiungere una bella maniglia per la mani. Ora le difficoltà si abbattono, IV, in pochi passi si arriva ad una sosta su resinati nuovi, ma io ho preferito fare un pezzo di sentiero verso sinistra e sostare sull’albero che si trova di fronte alla variante della Simonetta, 20 m.
6° tiro: noi abbiamo scelto il tiro della via originaria, ma chi se la sente può fare la variante che viaggia sul V con un passaggio di V+ molto delicato, ma che non è chiodata (solo una placchetta a sinistra del diedro fessura sulla destra). E’ invece spittato il traverso verso sinistra, su bella lama e piedi inesistenti, che congiunge la variante con la via originaria e che porta alla sosta aerea sul piccolo terrazzino prima dell’ultimo tiro, che è in comune. Ad ogni modo, il nostro tiro attacca a sinistra della variante. Si percorre qualche metro di II, poi si trova un bel diedro, sempre liscio ma con buchi grossi, IV con passo di IV+ deviando vistosamente verso destra fino a trovare una bella lama da percorrere verso destra con arrampicata agile, divertente ed esposta, IV, fino al piccolo ed aereo terrazzino di sosta (stavolta su catena), 20 m.
7° tiro: ultimo tiro, ha tre fix, ma il diedro permette di integrare comodamente con friend medio/grandi e con un cordino su un tronco secco, le difficoltà si aggirano sul IV, eccetto la partenza che, rinviato un fix subito sopra la sosta, è strapiombante e richiede un certo sforzo di braccia, IV+ (c’è una buonissima maniglia sulla sinistra, doppiarla e alzare il piede destro), 20 m.
Si può sostare sul primo terrazzino con due fix, oppure, continuando qualche metro su sentiero, sulla terrazza finale, che offre splendida vista sul mare, su clessidra e spuntone (sulla sinistra).

Discesa: si prosegue sul sentiero, deviando a sinistra, raggiungendo in un paio di minuti la croce di vetta. Da qui si continua a scendere, incrociando di volta in volta le tracce che escono dalle varie vie. Tralasciare un paio di bivi sulla destra, finchè si arriva ad un altro bivio, dopo aver sorpassato la traccia che porta all’attacco di Consolando Consuelo. Qui, ignorare la traccia bassa, e rimanere su quella alta, che, senza altri bivi, sorpassa lo Spigolo Nord e in pochi minuti arriva di nuovo all’attacco di Simonetta. Da qui si ripercorre il sentiero dell’andata. Calcolare, dall’uscita della via, una mezz’oretta.

domenica 13 settembre 2015

Via Andrea e Paolo alla Rocca du Fò

Via interessante, facile e con gli spit molto ravvicinati, che ho fatto con Stefano in una giornata nuvolosa di metà settembre.

Accesso: Da Genova Voltri (uscita della A10 Genova – Ventimiglia) si raggiunge la Via Aurelia, si svolta a destra e si prosegue verso Arenzàno; si lascia a destra una prima deviazione per il Passo del Turchino e Ovàda e si giunge presso il ponte sul Torrente Cerùsa. Senza attraversarlo, si svolta a destra e si risale la stretta Val Cerùsa: si supera l’abitato di Fabbriche e si procede fino a superare dei piloni dell’autostrada per poi prendere a sinistra “Via Sambugo” che, all'inizio in ripida discesa, attraversa il rio su un ponte. Si incontra subito un bivio sulla destra per Loc. Sambuco, ma si procede a sinistra su Via Sambugo. La strada sale con alcuni tornanti nel bosco, supera alcune case e, dopo una breve discesa, risale fino ad uno spiazzo con alcuni box privati, dove termina (230 m circa): il posto per parcheggiare qui è esiguo, conviene fare inversione e parcheggiare in uno degli slarghi lungo la strada.

Avvicinamento: si trascura un ponte in pietra a destra per seguire un ripido sentierino che sale dritto, sulla sinistra. Si incontrano subito i segnavia rossi. 
Dopo un primo breve tratto ripido, il sentierino spiana mentre si inoltra in un bel bosco di faggi. Con salita moderata, il sentiero (sempre ben segnato) segue una tubazione dell'acqua, tra rovi e spine. Dopo aver guadato un piccolo rio, si incontra sulla destra un masso aggettante. Lo si può superare guadando il torrentello e poi riattraversandolo poco dopo, su una passerella. Che noi non abbiamo visto. Altrimenti si supera il masso sulla sinistra stando però attenti a non prendere poco dopo il sentiero che sale ripido a sinistra perché è quello di discesa; invece continuare dritto, sul sentiero che costeggia il torrente, inizialmente in piano. Dopodichè, il percorso si fa un po' più impervio, si superano alcuni massi e roccette (passi di I grado), poi si sale più decisamente sul filo di uno sperone e lungo una pietraia. Se il sentiero è umido, come lo abbiamo trovato noi, prestare molta attenzione ai passaggi su roccia. I segnavia guidano quindi a destra, traversando un avvallamento fino alla base di uno sperone nerastro solcato da un bel diedrino, dove si incontra l'attacco, a una ventina di minuti dalla macchina, segnalato dalla scritta in vernice rossa “VIA ANDREA E PAOLO”.

Via Andrea e Paolo: D (diversi passi di V, tutti azzerabili), 11 L, 230 m, 13-14 rinvii e cordini. Noi abbiamo usato una corda singola da 70 m, ma vanno bene anche due mezze da 60 o 50 m. Quasi tutte le soste sono attrezzate per la calata, con cordone + maillon, ma in alcune il cordone manca o è in brutte condizioni e ci sono solo due spit ravvicinati. In ogni caso, è decisamente preferibile scendere per sentiero dalla fine della via o alla fine di L8 (in cima all’avancorpo). Ci sono anche delle vie di fuga. Dal sito di Christian Roccati, uno dei chiodatori della via (http://www.christian-roccati.com/le-mie-vie/scalata/56-nuova-via-andrea-e-paolo): “Dalle soste del primo, del terzo e del quinto tiro è possibile ritornare all’attacco scendendo per i canali di DX con la dovuta attenzione. Dalla partenza del nono tiro, e cioè il primo del pilastro finale, si può ritrovare una traccia verso SX. Si può proseguire su di essa per circa 7’-8’ sino a raggiungere un ghiaione. Scendendo su di esso fino al suo termine si rintraccia il sentiero bolli rossi di ritorno. Dalla sosta del decimo tiro è possibile aggirare l’ultima lunghezza a DX e conquistare comunque la vetta.”

La via è bella, non sostenuta, e permette di scalare in completa sicurezza in ambiente selvaggio. Gli spit sono molto ravvicinati – a tratti la spittatura è quasi eccessiva – e la via ricerca sempre la linea più interessante, la roccia è sempre solida e l’arrampicata è continua sul IV-V grado. I tiri sono perlopiù corti, quindi se ne possono concatenare alcuni. La stagione migliore per ripetere questa salita è la primavera (da marzo a maggio) e l’autunno (settembre-ottobre). Tenere solo conto che la via è esposta a nord, per cui se si decide di effettuarla in autunno inoltrato si rischia di prendere molto freddo e vento.

L1 (20 m; 4 spit + 1 ch; III+/IV): si attacca il diedro iniziale, (III+), a volte umido, sul quale si vedono due spit, e lo si risale facilmente.
Al suo termine, si traversa a sinistra su erba per due metri e si sale una placchetta con buone tacche (IV) fino ad un comodo ripiano erboso: 2 spit o cordone + maillon su albero.
L2 (20 m; 5 spit + 1 ch; IV/IV+): si attacca la placca fessurata di fronte con un passo in leggero strapiombo ma ben ammanigliato (IV+): sfruttare di rovescio la maniglia orizzontale che si trova sopra il primo spit. Si prosegue poi dritti su un muretto verticale che induce movimenti eleganti (IV) e poi a sinistra per una bella lama (IV+) che conduce in cima al risalto, dove si sosta su cordone con maillon su albero.
Pezzi di storia
L3 (25 m; 7 spit; IV+/V): si prosegue camminando per una quindicina di metri seguendo i bolli rossi fino al risalto successivo. Qui si sale un diedro che richiede un buon uso dei piedi (V) sfruttando lo spigolo sulla sinistra.
Usciti dal primo muro, la linea segue una placca verticale molto elegante (IV+) che raggiunge uno spigolo abbattuto alla propria sinistra (III) e successivamente il terrazzino di sosta, dove si può sostare nell’anello del cavo metallico.
L4 (20 m di raccordo con cavo metallico). Direttamente dalla sosta di L3 parte questo cavo metallico verso destra che doppia prima uno spigolo, poi prosegue su rocce rotte e poi su traccia di sentiero. Si può far sicura sull’anello del cavo + lo spit o collegare i due spit vicini. Altrimenti, se si usa qualche accortezza per ridurre il tiraggio della corda (allungare i rinvii e saltare qualche spit, perlopiù inutili), si può unire questo tiro con il successivo.
L5 (15 m; 5 spit + 1 ch; IV+): dalla fine del cavo metallico, si prosegue su placca abbattuta (III) fino ad un diedro verticale da superare eventualmente in opposizione (IV+) con uscita scomoda su un terrazzino. Subito all’uscita si trova un albero con cordone, sul quale sostare.
L6 (35 m; 12 spit + 1 ch; IV+/V). Dalla sosta su albero, ci si sposta qualche metro a sinistra su sentiero fino a trovare il primo spit, poco distante da terra, a cui ne seguiranno tanti altri per un totale di ben 12 spit. Mai visti così tanti, così vicini… Comunque. Dopo un breve risalto, si arriva ad un pilastrino interessante che diventa poco dopo verticale e impegnativo (V).
Il passo chiave del tiro può essere superato mediante una tacchetta nera e sfruttando i buoni appoggi alti per i piedi. Oltre questo passo, c’è una placca verticale meno difficile (IV+) che tende leggermente a sinistra fino ad uscire su un terrazzino erboso. Sul sentierino si trovano due alberi, in successione: solo il secondo è provvisto di cordone per la sosta.
Pezzi di storia (2)
L7 (25 m; 6 spit + 2 ch; IV+/V): tiro meraviglioso. Dall’albero si prosegue prima facilmente su placca abbattuta (III) verso destra, poi si attacca un bellissimo muro a lame che si scala elegantemente in parte in dulfer sfruttando le fessure verticali ma stando sempre attenti ad alcune scaglie mobili, spostandosi poi verso sinistra. Alla fine del muro, ci sono 7-8 metri di traverso a sinistra, ben protetti (IV), dopodiché si monta con facile arrampicata (III) su un grosso masso detto “Testa del Camaleonte”; sosta da collegare su spit con maillon più un altro spit ravvicinato.
L8 (30 m; 6 spit + 4 ch; IV+/V): dalla sosta si scala la placchetta sovrastante (IV) allungando il rinvio sullo spit che è troppo sulla destra, per poi proseguire in traverso ascendente verso sinistra fino a un piccolo diedro formato da grossi massi (IV+) che si risale con passi eleganti. Si prosegue poi su placca abbattuta a sinistra superando uno sperone – è possibile evitarlo a destra – e scalando poi un altro breve diedro (V-) strapiombante, che richiede un certo sforzo fisico, siccome all’uscita ci sono poche maniglie. Appena sopra si vede la sosta e ci si ritrova in vetta all’avancorpo.
Arrivati sopra l'avancorpo. Davanti a noi si erge l'ultimo pilastro che conduce in cima alla Rocca du Fò
Seguendo i bolli rossi camminare in direzione del pilastro di fronte che si raggiunge dopo trenta metri; proseguire ancora qualche metro sulla sinistra finchè si arriva alla base del tiro successivo.
L9 (15 m, 6 spit + 2 ch; IV/IV+): si attacca un muro verticale umido (IV) su roccia sempre solida ma molto meno bella di quelle dei tiri precedenti, superando poi un breve strapiombetto (IV+) che conduce ad una placca appoggiata (III) dove si trova la sosta. Data la lunghezza, è consigliabile concatenare questo tiro col successivo.
L10 (15 m, 5 spit, III+): si prosegue sulla placca appoggiata che poi diventa muro un po’ più verticale (III+) uscendo su cengia erbosa.
L11 (15 m, 5 spit, III/IV+): altro bel tiro. Inizialmente si attacca direttamente lo spigolo (IV), poi si prosegue obliquando a sinistra rinviando uno spit non visibile dal basso, si continua con alcuni passi fisici di IV+ per risalire infine il filo dello speronino finale (III) che porta sulla sommità della Rocca du Fò. Sosta su due spit da collegare.
In vetta
Discesa: Dalla cima si prosegue a piedi seguendo una traccia di sentiero che si porta verso sinistra e segnalata dai soliti bolli rossi. Si scende a una spalla erbosa e si risale dietro a essa verso destra (attenzione a non continuare in discesa a sinistra). Il sentiero continua pianeggiante per pochi metri e, dalla spalla, ricomincia a scendere attraversando un intricato forteto di eriche di circa 25 m e poco dopo una radura che si attraversa. Si raggiunge una postazione da caccia e la si oltrepassa a sinistra. Il sentiero, sempre più ripido e su una sorta di ghiaione, in parte nascosto dalla vegetazione, conduce attraverso il bosco e guada un torrente (trovato asciutto alla data di salita) verso sinistra. La traccia continua su un piccolo crinale che raggiunge poi gli ultimi prati sino al guado del torrente principale. Qui ci si ricollega con l’itinerario effettuato all’andata.
La cima della Rocca du Fò e il suo avancorpo visti dal sentiero di discesa

martedì 1 settembre 2015

Cresta dell'Uranio alla Rocca del Visconte

Il tempo per domenica è buono e, nonostante abbia scalato Lo Dzerby al paretone di Arnad solo pochi giorni fa, ho ancora voglia di fare una via da qualche parte. Dopo qualche ora di ricerche trovo un socio e ci mettiamo d’accordo per la salita da fare. Ho letto qualche relazione su internet (poche, a dire il vero) su una via che sale la Rocca del Visconte, in Val Chisone. Alle 7 di domenica io e Luca partiamo alla volta del vallone del Grandubbione, una vallata laterale della Val Chisone, per salire la “Cresta dell’Uranio” (5b max, 10 L, 300m).

ACCESSO: entrati nella Val Chisone, si passa l’abitato di Villar Perosa fino ad arrivare a quello di Pinasca. Ad una rotonda, si gira a destra per un ponte entrando nell’abitato; al bivio successivo a sinistra seguendo le indicazioni per il Vallone del Grandubbione e dopo 700 m a destra imboccando una stradina asfaltata e ripida. La si segue per diversi km, sempre in salita fino a quando inizia a scendere, in prossimità di un cartello sulla destra che indica il “Vallone del Grandubbione”. Alla biforcazione successiva, si prende la stradina sulla sinistra che scende e la si tiene per altri km fino alla decisiva deviazione, ancora verso sinistra per “Grandubbione arrampicata” (così recita il cartello di legno) in prossimità dell’omonima frazione. Da qui, ancora 400 m in salita portano al cosiddetto “Ponte della Reissa”. Parcheggiare appena prima.

Da qui è in parte già visibile la Rocca del Visconte, che richiede una ventina di minuti d’avvicinamento. Il posto è davvero isolato e sperduto. Tutt’attorno, boschi a perdita d’occhio: ci risulta subito evidente come la valle sia stata poco sfruttata dall’uomo. Il suo aspetto selvaggio, nonostante la bassa quota (ci troviamo dopotutto a fondovalle della Val Chisone), contrasta di netto con le valli valdostane che sono abituato a frequentare, in primis la Valtournenche.
L’avvicinamento asseconda il nome della valle. Si attraversa il ponte e si continua sulla mulattiera seguendo il cartello in legno per “arrampicata”. Dopo aver passato qualche baita e una fontanella si perviene ad un bivio che salendo non abbiamo notato perché in parte nascosto dalla vegetazione. Dopo aver chiesto informazioni alla gente del posto lo troviamo e lo seguiamo faticosamente, facendoci largo tra gli arbusti e i rovi fino a non capire più dove siamo. Mah… Grandubbione! Ah no, ecco lì un’altra pallina. Il sentiero prosegue dirigendosi verso una parete interessante sormontata da una serie di tetti e in venti minuti circa porta appunto alla Rocca del Visconte. Appena arrivati, noterete un po’ di spit un po’ ovunque: sono monotiri. La via che ci interessa è sull’estrema sinistra. Un tempo c’era la pallina che ne indicava la partenza, ma adesso è caduta ed è stata posta in mezzo a dei tronchi sulla sinistra.

La pallina com'era nel 2008. La foto è presa da quest'ottima relazione: http://dani-climb2.blogspot.it/2008/03/rocca-del-visconte-m-1300-cresta.html
Lo spigolo che vediamo e che costituisce i primi due tiri della via corrisponde alle foto che ho visto, quindi parto, sicuro di aver indovinato l’attacco.
Il primo tiro è dato come 5a+ e dura una ventina di metri protetti da 4/5 spit, messi dove servono.
L'attacco della via
L’unico passaggio che mi lascia perplesso è proprio la partenza, che non capisco e forse per questo mi pare molto più dura di quanto segnato. Per fortuna c’è uno spit (arrugginito) e così ne approfitto per il primo resting riflessivo della giornata (per fortuna anche l’ultimo). Il resto del tiro è piacevole e non presenta difficoltà eccessive. Arrivo alla sosta, ma mi sembra che appartenga ad un monotiro e così continuo fino alla comoda sosta della seconda lunghezza, che, in questo modo, concateno con la prima.
Il secondo tiro è un bel 5b continuo, il tiro più duro e più bello della via: si parte per lo spigolo, poi si doppia il filo di cresta e si passa su placca. Dopo 25 metri circa di arrampicata elegante su roccia superba e dopo aver rinviato 5/6 spit, arrivo alla sosta su catena, piazzata su un terrazzino, dal quale recupero Luca.


Non si vede e non si sente nessuno. Siamo per caso i soli in tutta la valle, nonostante sia una domenica d’agosto e faccia bel tempo? Mah… Grandubbione. Il terzo tiro arriva appena sotto il tetto. Procediamo a tiri alterni per essere più veloci ma le manovre di corda ci rallentano inesorabilmente: in tutte le lunghezze c’è un consistente tiraggio della corda. Ad ogni modo, parte Luca e rinvia uno spit ad almeno 7-8 metri dalla sosta e continua su splendida placca mai impegnativa per circa 35/40 metri fino alla sosta a prova di bomba. E’ un 5a di placca lavorata molto divertente, con 6 spit.
Il terzo tiro
Ora si entra nella parte meno interessante della via. In particolare, il prossimo tiro è forse quello in cui fa più attrito la corda. Dalla terza sosta, si percorre la cengia sulla destra per una dozzina di metri puntando verso una placca che si trova di fianco a un tetto appoggiato. E’ la lunghezza più facile della via, 3c, e per questo è chiodata molto lunga: io ho notato solo un paio di spit su 45 m. Tuttavia, parte di questi è estremamente facile ed è comunque facilmente proteggibile. Infatti, appena svoltato l’angolo faccio passare un cordino attorno ad uno spuntone, e, prima di spostarmi a destra su placca per rinviare il secondo spit, riesco a piazzare un buon nut medio in una micro-fessura sotto il tetto di sinistra. Arrivo alla catena di sosta quando ormai il tiraggio delle corde è diventato impressionante. Un lato negativo della via, che rende la stessa meno godibile, è sicuramente anche il fatto che raramente chi sale riesce a vedere il compagno in sosta, e anche la comunicazione risulta complicata, essendo tutti i tiri piuttosto lunghi (noi abbiamo usato due mezze da 60 m, ma anche una singola da 70 m andrebbe bene, eccetto il caso di dover scendere in doppia sulla via).
La quinta lunghezza è di Luca: 4a ancora sullo spigolo, molto interessante nella prima parte, 20 m e un paio di spit.
Da adesso in poi, però, le belle soste con catena sono sostituite da un singolo spit con maillon. Tocca ancora me, salgo un tiro con partenza di 4a molto bella, protetta da due spit. Il resto è terzo grado sprotetto fino al maillon di sosta. Siamo più o meno a metà via.
Sulla destra si può vedere la rimanente parte di cresta da percorrere
Un brevissimo tratto di sentiero ci porta ad una sosta alla base di una paretina dalla quale si vedono due spit. Il settimo tiro, 4a, è di Luca: si passa la paretina con passaggi plastici, si arriva in placca, si scende su roccia sulla destra prestando attenzione fino ad arrivare al maillon di sosta. Luca però non si ferma e decide di concatenare anche il tiro successivo, un 4a con una passo singolo secondo me delicato, protetto da tre spit e lungo 25 m almeno.
L'ottavo tiro
Gli comunico che la corda sta per finire, così sosta su uno spuntone anziché sulla sosta, che rimane una ventina di metri sopra. Parto dunque io per il nono tiro che, dalla sosta improvvisata alla fine della lunghezza, misura 55 m. Faccio passare un cordino attorno ad un alberello (protezione più psicologica che altro), passo un piccolo muretto e arrivo alla sosta prima citata. Continuo poi per un fantastico pilastrino di 4c, rinviando uno spit a dieci metri dalla sosta. Mi sposto gradatamente sulla sinistra rinviando altri due spit e arrivo al passo di 5b su placca verticale che dà il grado al tiro, che per fortuna è protetto bene. Ancora pochi passi, Luca mi fa notare che la corda è agli sgoccioli, ma tanto sono in vista della sosta. Sempre su spit con maillon. Cosa costava mettere un altro spit, lì vicino? Integro con un nut e collego, poi recupero il socio, che scala divertito questo bel tiro.

L’ultima lunghezza si profila subito molto bella, peccato che non tocchi a me farla. Anche in questo caso, il primo spit è a 7-8 metri dalla sosta. Segue una lama così invitante che sembra richiedere a gran voce di essere integrata con un cordino. Subito dopo si trova il passo chiave del tiro; a sinistra c'è una placca un po’ liscia, io l’ho passato rimanendo sul filo di cresta, sulla destra.
Si sbuca su placca e si continua per altri 15 m fino all’ultima sosta.
4 ore e un quarto, un po’ tanto; l’obiettivo della prossima via sarà quello di ridurre drasticamente i tempi!

Uno spuntino, un selfie, e si inizia a scendere su sentiero (che sarebbe meglio definire traccia) guidati dai vari ometti fino al torrente. Con mio stupore mi accorgo che si tratta di un sentiero CAI. Sia io che Luca constatiamo di quanto sia in cattivo stato il sentiero, tra erba scivolosa e rovi spinosi (portarsi dietro i pantaloni lunghi!). Si passa da una sponda all’altra guadando il torrente fino a reperire finalmente il sentiero dell’andata.
Una parte di cresta, vista dal sentiero di discesa
Considerazioni: indubbiamente una salita d'ambiente, con chiodatura da montagna e poco avvicinamento, roccia splendida e difficoltà contenute. Direi che i pro sono più dei contro: è una via che merita di essere fatta, almeno una volta. Inoltre, difficilmente troverete la coda, come invece per la maggior parte delle vie storiche di falesia.

sabato 29 agosto 2015

Lo Dzerby - Corma di Machaby

Questa volta io, Mauro e Luca. Con due mezze corde da 60 m gentilmente prestateci dal CAI. Abbiamo in mano le relazioni di Mitico Vento, Urca Urca e Lo Dzerby, ma alla fine decidiamo di percorrere quest’ultima. Per me, è la prima volta che affronto una via che sale il paretone di Arnad.
In dieci minuti di sentiero (dal posteggio: continuare a camminare sulla strada asfaltata, sorpassare l’osteria e prendere il sentiero sulla sinistra, appena dopo i servizi igienici) incontriamo dei muri in pietra di vecchie costruzioni, sulla sinistra. Ancora pochi passi e ci troviamo di fronte la parete di Machaby, osservando, da sinistra a destra, Lo Dzerby, Mitico Vento e Urca Urca.
La relazione della via di http://www.montagnapertutti.it/ è fatta bene, ma non condivido alcune cose, per cui ne faccio una anch’io. Le incongruenze che ho colto potrebbero essere legate al fatto che essa ha qualche anno e quindi nel frattempo potrebbe esser cambiato qualcosa.
Il cartellino con il nome della via segna 12 lunghezze con una difficoltà massima di 5a. Di tiri io ne ho contati 13, mentre il tiro chiave è di sicuro più duro di 5a.
1° tiro (25 m; 8/9 spit; 5a). Parto io per la prima lunghezza, un bel muro verticale ma non troppo di gneiss stupendo che invita a collaudare l’ ottima tenuta delle scarpette con passi in aderenza. Il muro è alto una quindicina di metri e sulla destra presenta le prese migliori. Si arriva su una cengia e si prosegue su un altro muro sulla sinistra, che abbiamo trovato bagnato e infido in uscita. Il passo di 5a è proprio in uscita.
Il primo tiro
2° tiro (25 m ca; 3 spit; 3a). Nulla di rilevante, è una camminata su placca fino alla sosta, con qualche passaggio tra ciuffi d’erba.
3° tiro (35 m ca; 5 spit; max 4b). La partenza è alquanto unta, forse un tempo era 3c, ora è almeno un IV, a mio avviso. Ad ogni modo, si prosegue dritti finchè la parete non si alza per un bel muretto tanto verticale quanto facile e divertente, per poi piegare a destra ancora su placca fino al terrazzo pattugliato dal nano di guardia posto sotto un tettuccio.
La relazione che avevamo dava questo tiro per 30 m e quello precedente per 20 m. Essendo entrambi più o meno dello stesso grado, e avendo noi due mezze da 60 m, abbiamo deciso di unirli, ma la corda non ci è bastata. Meglio allora fermarsi alla sosta tra il secondo e il terzo tiro, a meno che non si abbia una singola da 70 m: in quel caso la corda basta per un pelo.
4° tiro (45 m; 12 spit; max 5b). Partenza atletica per un piccolo tetto di 5b ben ammanigliato e anche azzerabile. Da lì in poi le difficoltà si abbassano drasticamente, ma il tiro è egualmente bello se non di più: si prosegue in diagonale verso sinistra tutto il tempo facendo attenzione ad eventuali appigli pieni d’acqua. Lungo il tratto di traverso conviene magari allungare qualche rinvio per evitare che la corda faccia troppo attrito. Finito il traverso si continua a salire dritti fino alla comoda sosta.
5° tiro (40 m; 9/10 spit; max 5c). Tiro chiave della via. Lo salgo ancora io, in diagonale verso sinistra su una placca povera di appoggi (2 spit) ma con la solita buona tenuta che caratterizza questo tipo di roccia.
la partenza del quinto tiro
Arrivo poi ad una cengia e da lì riparto per una placca un po’ liscia, che ho trovato più dura di quella precedente, e che obliqua verso destra. Si arriva ad un terrazzino più o meno sulla verticale della sosta appena lasciata e si risale con elegante arrampicata un muro verticale ricco di appigli che piega a sinistra fino al pianetto in cui si trova la catena. (Volendo si può proseguire per qualche metro fino al muro successivo alla cui sinistra sono presenti due spit). Anche questo tiro bellissimo.
Inizia ora la parte meno bella della via.
6° tiro – trasferimento (40 m; 2/3 spit; III-II). Ora passa in testa Mauro. Si supera un primo muretto sulla destra per poi proseguire su placca abbattuta e poi su tracce di sentiero. Si può sostare su un albero oppure continuare fino alla base della parete da cui parte il tiro successivo. Lungo tutto il tiro ci sono alcuni spuntoni su cui è possibile integrare.
7° tiro (45 m; 6 spit; 4a). La relazione che ho in mano parla di 3b, ma a mio avviso ci sono passaggi di quarto grado. “Si supera un primo salto proseguendo in un diedro canale abbattuto. Si prosegue più verticalmente sino ad un terrazzino. Si risale un muro per altri 7-8 metri sino a raggiungere, verso sinistra, un comodo terrazzino con la sosta”.
8° tiro (45 m; 6 spit; 4b). “Si sale verticalmente per circa 40 metri per poi piegare verso dx. Bella arrampicata che alterna tratti in aderenza con altri più gradinati”. Questo è un tiro a tratti erboso, ma comunque godibile. Ora iniziamo a renderci conto di quanto siamo già saliti.



Guardando giù, verso il posteggio
9° tiro (40 m; 5 spit ca; III). Da questo punto in poi, la relazione che ho in mano e la linea degli spit non vanno più d’accordo. Da questo momento passa in testa Luca, fino alla fine della via. Si prosegue verticalmente seguendo i pochi spit presenti e alla fine del muro si piega a destra fino a raggiungere la catena. Volendo si può proseguire ancora qualche metro sul sentiero e fare sosta sull’albero, in modo da essere più vicini al prossimo tiro.
10° tiro (40 m; 5/6 spit ca; 3c). Dopo il sentiero, si scala un bellissimo diedro canale che alla fine diventa un po’ placcoso, poi si continua a destra fino alla sosta.
I due tiri successivi sono sul 3c e non presentano nulla di rilevante. Solo l’ultima lunghezza mi ha lasciato un po’ perplesso.
13° tiro (35 m). Anche questo tiro è dato come 3c, tuttavia è spittato lungo e soprattutto presenta un’uscita molto più dura di quanto segnato. Secondo me il passo finale si aggira intorno al IV+, è un passaggio di placca con pochi appigli.
L'ultimo tiro
Sulla Corma di Machaby
La via finisce sull’anticima della Corma di Machaby. Quindi si continua a salire per tracce sino ad arrivare in prossimità di vecchi muri a secco dove si trova il sentiero (occhio alle spine) che, verso destra porta brevemente alla sommità.

Da qui si scende verso destra arrivando in prossimità di uno steccato da dove si continua verso sinistra (puntando il monte Coudrey, per intenderci), sempre lungo il sentiero fino a raggiungere il paese fantasma di Machaby. Ad un tratto la strada si biforca: a sinistra la carrozzabile, a destra dell’agriturismo Lo Dzerby il sentiero. Entrambe portano sulla strada sotto il paretone; noi abbiamo scelto il sentiero, ma consiglio si scendere dalla carrozzabile, che sicuramente è mooolto più comoda…
Per concludere: una via godibilissima, lunga, ma purtroppo discontinua. E' la via più facile che sale il paretone di Arnad, con chiodatura buona e ottima roccia. Se doveste fare un giro da quelle parti, teniate conto che Lo Dzerby merita di essere salita.